Piccola ustione alla mano desta ed un dolore insistente al centro del petto.

brutta bestia, la vecchiaia.

I’m a dirty old man
I do what I can
Tryin’ to make a livin’
I’m a dirty old man

Neil Young “Dirty Old Man”

(POISON)

Ferie finite. Nessun bilancio da stilare. La vita cambia ed accettarlo fa campare più a lungo.

Le cartine rizla argento dal tabaccaio sono finite e mi ha dato le bianche. Del cartone ondulato non hanno solo la consistenza ma anche il sapore. Perchè ora le sigarette le rollo. Ne fumo un terzo e risparmio. Che smettere costa meno l’ho intuito da solo. Se bellamente privo il sistema Italia anche di queste 9,60 € al mese il minuscolo (berlusconi) mi sgrida. Una volta ho provato; a smettere, dico.  ”Marta” dei Diaframma c’entra qualcosa. Poi ho ripreso e continua ad entrarci Marta.

Alla festa medievale la chiromante l’ho vista anch’io e sto finendo di leggere PD. ”Kafka sulla spiaggia” finisce a precipizio (difetto) però mi è piaciuto molto.

A proposito, se fossi iscritto al pd voterei Bersani. E non dovrei, visto che sono “in direzione ostinata e contraria”, ma tant’è.

Ieri le onde erano alte e c’era un ciccione che surfava un materassino semisgonfio col la riga del culo fuori. Io purtroppo non l’ho visto; non essendo in grado di allontanarmi dal mio corpo certi spettacoli me li perdo.

Il telefono è andato. Un morso ben assestato ha distrutto il display.

Qualcuno festeggia il sei. Il vostro governo lo festeggia tre volte la settimana. Si chiama furto ai vostri danni, ma pare che non ve ne importi una sega e allora sto zitto.

Oggi lavoro e un po’ ’sto stress mi mancava

Conta quello che non sei

Conta solo quello che non fai.

Il resto è merda fritta.

.

.

“… rivuoi la scelta, rivuoi il controllo.

rivoglio le mie ali nere, il mio mantello…”

(Afterhours, “Quello Che Non c’è”)


Trovi altre fotografie come questa su Diritto alla Rete

GLI EFFETTI DELLA LEGGE ALFANO QUI, IL SITO DELLA PROTESTA DI QUA

 

l'immagine viene da qui wwwedu.ge.ch/.../anglais/ g1/Read/moby-dick.jpg

 

 

 

Chiamatemi Ismaele.

Ismaele, sì, come il primogenito di Abramo.

Colui che fu cacciato via come un cane, costretto a vagare nel deserto per la gelosia di una vecchia.

Vi ho raccontato una storia una volta. La storia del mio Capitano.

La storia di un uomo e della sua missione. 

Vero, qualcuno di voi pensò che si trattasse di un’ossessione, una monomania bella e buona.

Che fu la sete di vendetta a condannarlo a morte. 

Qualche altro fu convinto che mentre il Capitano e l’angoscia “giacevano coricati nella stessa branda”, arrivò l’illuminazione.

Capì che quel fottuto capodoglio era il Male.

Il Male, prima solo verbo ed ora fatto carne. 

 

Eri convinto di avere una missione, Capitano.

In piedi sul cassero sino al compimento, al sommo sacrificio. 

Ti accorgesti mai che il male si faceva beffe di te?

Ti sei accorto mai che ne eri strumento?

Tu, tenebroso crociato della luce, hai abbandonato Pip, rendendolo folle.

Hai condannato a morte i tuoi ed hai affamato le loro famiglie. 

Saranno ancore alla tua anima, Capitano.

Nessuno avrà pietà di te e dei tuoi crimini.

Nessuno ti giustificherà.

Pensaci. 

Pensaci ogni volta che, presuntuosamente ottuso, fai scelte altrui. 

Ogni volta che marci fiero verso il Bene guarda cosa sacrifichi.

  

Una volta vi ho raccontato una storia, ma ora sono stanco. 

Ed ora che non c’è più niente da dire o da fare sto qui. 

Ho vagato a lungo ed ora sto qui.

Qui come starebbe il mio compagno Queequeg.

 

“…voices tell me I’m the shit     

twenty days go by and every day looks the same…”

- “My Descent Into Madness”- Eels

 

 

Le nigeriane sulla bonifica hanno di nuovo acceso i fuochi. È tornato il freddo.

Una Matiz rossa accosta tra due gruppi. I capelli candidi tirati indietro, un dolcevita bianco sotto una giacca grigia. Si guarda attorno (banco macelleria). Lucide braccia nere salutano, labbra rosse color sangue versato e rappreso schioccano baci (marketing).

Un tipo in tuta blu su un muletto verde scarica bancali vicino ad uno dei gruppi. Ignora i ringraziamenti, apre il cancello automatico e scompare dietro l’angolo della sua azienda. 

Lei ha sempre lo stesso golf color smeraldo. Appena dopo l’uscita della superstrada. C’è sempre. Dalle nove del mattino alle cinque di sera, sotto un ombrello nero se piove o il se il sole batte troppo forte. Oggi davanti al fuoco che arde in un bidone di vernice Riplam. Non guarda verso la strada. Mai. Saluta come tutte quando passano le macchine. Alzare lo sguardo no. Mai.

Gentile signore con la matiz rossa dimmi che l’ha scelto. Dimmi che è libera di farlo. Dimmi che un essere umano sceglie di partire da casa sua per farsi sbattere dai vecchi nelle zone industriali. E già che ci sei dimmi che non l’hanno spinta la fame, la sete, la guerra o la disperazione, idiota.

Spero sia la tua ultima scopata. O il tuo ultimo tentativo. 

Il divano è rosso pompeiano a due posti. In tessuto, credo. E’ inserito in una nicchia e due bassi tavolini, oberati di soprammobili, lo affiancano. L’insieme occupa quasi interamente la nicchia, lasciando appena 20 cm tra il lato sinistro del divano e l’orrenda parete beige di carta da parati. Occupo il posto di sinistra e Katia è a destra.Un topo uscito da chi sa dove s’arrampica disinvolto, ed il nero lucido del suo manto si staglia netto contro la parete. K lo vede. Urla col terrore negl’occhi mentre il roditore continua sicuro la sua lenta marcia. Afferro oggetti e li lancio con forza ma sembra quasi che la fisica oggi sia in ferie: le bomboniere ed i souvenir si muovono nell’aria con un’estrema, irreale lentezza. Il topo le schiva con facilità.Sposto k al mio posto e mi fiondo verso l’altro tavolino. Strigo in mano un barattolo giallo (uno di quelli che muggisce se lo rovesci). K. continua ad urlare ed ora piange.Sento una strana sensazione, una forma d’angoscia mai provata.Lancio il barattolo, disperato. Il topo è distratto ed il barattolo colpisce una zampa. Il topo la distende per sgranchirla e noto che è molto simile ad un braccio con tanto di mano attaccata in fondo, solo in scala e coperto di lucidi peli neri. Apre è chiude la manina un paio di volte, mi guarda indifferente e va via. K è serena ora, senza alcuna traccia di lacrime. Il divano inizia a ribollire come se fosse vivo. Il rivestimento si strappa e siamo seduti su una massa di topi tutti zanne e pelo nero. Provo con tutte le mie forze, in tutti i modi a tenerli lontani da K. Provo e l’angoscia cresce. Non riesco a scacciarli in alcun modo e non so proteggerla. Chiudo gli occhi, li riapro e sono nel mio letto. Sudato e con la tenda che danza mossa dal vento. Mi alzo e mi faccio la barba.

  1. So ballare il latino. A mia discolpa posso dire che c’entra 1 donna. Anzi 2
  2. Amo Madonna. 
  3. Aspetto un figlio
  4. M’ hanno tamponato in coda ad un semaforo rosso e la macchina è distrutta. Davanti a me c’era l’auto dei fiori al seguito di un funerale … L’ho presa in pieno …
  5. Una volta sono caduto nel pozzetto di un distributore agip sulla statale 106. Camminavo e guardavo indietro e il buco non l’ho visto. Anche qui c’entra 1 donna
  6. Ho 4 magliette dell’inter
  7. La pizza mi piace bianca e la pasta lunga.
  8. Non ho una canzone preferita.
  9. Mi sono operato ad una gamba e porto un merdoso bendaggio pizzicoso
  10. Quello che si vede di me non coincide con quello che sono. Ma ha molta, molta più rilevanza.

Tanto per fare un elenco. 

Ci sono cose che ti cambiano la vita. Momenti che fanno di te un uomo diverso e non necessariamente migliore. Sto per dirlo, pronti? Io ho gli stessi occhiali di Toto Cutugno. Che brutta fine!                      toto.jpg 

        decadenza2.jpg 

Ho smesso di tifare rivolta in un giorno imprecisato. Senza soluzione di continuità sono diventato un riformista di merda.

Lui smise quando iniziò a bucarsi. Aveva un “sì” verde bottiglia ed un soprannome ridicolo. Che ovviamente gli avevo mollato io. E noi si urlava al mondo.

Poi l’ho beccato che rubava 50mila lire da una borsa nella nostra camerata. L’ho sbranato e coperto d’insulti ma gli ho parato il culo. E forse è stata una cazzata.

Un giorno è passato a prendermi col suo motorino. Indossava una t-shirt che aveva fottuto a me. Ho riso.

Aveva la pelle che sembrava sporca e occhi nocciola, quasi gialli. Li teneva socchiusi e li abbinava ad un eterno sorriso sghembo.

Un gran pezzo di vita insieme e poi basta.
Fine.

La scimmia e poi la riabilitazione. Mi avevano detto che stava bene, che aveva un lavoro ed una donna. Che aveva ricominciato altrove. Era una palla, e l’ho scoperto da un annuncio funebre. Lapidario e senza foto. Al funerale non sono andato. E’ stato l’unico a morire, in una compagnia sfasciata dall’ero. Proprio ora che avevo una cosa da dirgli.

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