Non ne ho mai parlato. Dell'essere padre, dico, ma Amanitha mi ha messo la voglia.
Verrà fuori una merda mielosa. Di sicuro. Scusate.

Un giorno qualsiasi ti porti a casa una robetta grinzosa che non sa fare niente.
Una robetta che dorme e ciuccia tette.
E piange.
Ininterrottamente.
Nei momenti migliori ti chiedi come possa un corpo tanto piccolo emettere un suono tanto forte.
Nei momenti peggiori quello che pensi è da denuncia penale.
Ma resisti.
Resisti alle notti insonni, alla fatica, a Guru e Santoni che danno consigli di merda che si rivelano inutili.
E cresce il senso di inadeguatezza.
La colpa è tua.
Lo pensi alle quattro e un quarto del mattino mentre lei (che ormai sembra un panda con l’aids) dorme e tu, nella stanza più lontana culli quella roba rugosa.
I Sepultura a palla nelle cuffie ed il carrozzino che fa avanti ed indietro.
Tua moglie è sfinita ed ogni tuo tentativo di darle una scossa vale una tacca meno di niente.
Tuo figlio piange senza fine e non glie ne frega un cazzo delle tue 11 ore di lavoro quotidiane.
Nessuno ti chiede <come stai?> e tutto ciò che vorresti è poca roba. Una pacca sulla spalla e qualcuno che ti dica <bravo, stronzo. Sei un duro, ce la stai mettendo tutta. Resisti.>
E invece no. Niente. Non esisti.
Esistono una mamma ed un figlio. Tu no. E vorresti piangere e gridare senza che nessuno ti ascolti.
E senti che non sai essere padre. Non sarai capace mai.
Passano tre mesi di giorni tutti uguali.
L’inferno quotidiano ha cancellato tutti i desideri.
Vorresti solo una moglie felice e 3 minuti ininterrotti di silenzio.
E basta.
Torni a casa e le urla ti feriscono i timpani. E non hai nemmeno aperto il portone.
“Usa la Forza, Luke” ed entri.
La bestiola smette di piangere e si gira verso la porta, con i suoi occhi troppo chiari.
Tende le braccia verso di te.
Il cuore rattrappito nel petto si colma di un liquido caldo che ti fa di nuovo vivo.
Lo tieni come ti ha insegnato lui e ti sorride. Sorride.
Senza che tu possa fermarlo un mantra ti si forma nel cervello citando McCarthy.
“Se non è lui il verbo di Dio, Dio non ha mai parlato”.
Inizi a raccontargli le tue giornate, a cantargli “redemption song”, ad inventare storie e giochi dementi e non sai più smettere.
Poi un giorno dice <Papà>. Ti guarda come se tu fossi il Tutto e dice <papà>.
E nessuna fatica potrà mai più piegarti.
E tutto acquista un senso.
E niente è rimasto impagato
Ti aspetta per correrti in braccio urlando <papaaaaaci> e giocare con te.
Si traduce in nessuna tregua, nemmeno un minuto che sia solo tuo.
E tu ne sei felice.
È una “pasta” che ti fotte la testa.







